venerdì 19 febbraio 2010

ROSA LOBATO FARIA


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Misia, discografia e album


Autrice di testi, scrittrice e attrice, Rosa Lobato Faria, è morta il 2 Febbraio scorso, a 77 anni, dopo una settimana di ricovero in un ospedale privato. E’ stata collaboratrice televisiva di David Mourão-Ferreira, recitando poesie in programmi a tema letterario.

La scrittrice (sia di prosa che di poesia) e attrice nacque a Lisbona nell’Aprile 1932.

Il suo primo romanzo, O Pranto de Lúcifer, è stato pubblicato nel 1995, ma precedentemente aveva già dato alle stampe vari volumi di poesie – come Os Deuses de Pedra (1983) o As Pequenas Palavras (1987). Un estratto della sua migliore poesia è raccolto nel volume Poemas Escolhidos e Dispersos (1997). Nel 1999 ha pubblicato A Gaveta de Baixo per la casa editrice ASA: si tratta di un lungo poema inedito arricchito di acquerelli del pittore Oliveira Tavares.

Altri romanzi pubblicati sono Os Pássaros de Seda (1996), Os Três Casamentos de Camilla S. (1997), Romance de Cordélia (1998), O Prenúncio das Águas (1999), con cui vinse il Prémio Máxima de Literatura nel 2000 e A Trança de Inês (2001), O Sétimo Véu (2003), Os Linhos da Avó (2004), A Flor do Sal (2005), A Alma Trocada (2007) e A Estrela de Gonçalo Enes (2007). Ha scritto inoltre vari libri per bambini.

I suoi primi due romanzi sono stati tradotti anche in tedesco e "O Prenúncio das Águas" è stato pubblicato anche in Francia, dalla casa editrice Éditions Métailié. Il suo ultimo lavoro, As Esquinas do Tempo, è stato stampato nel 2008 dalla casa editrice Porto Editora.

Fu anche autrice di testi che conquistarono i primi posti nel Festival della Canzone della RTP, tra cui Amor de Água Fresca (1992), Chamar A Música (1994), Baunilha e Chocolate (1995), Antes do Adeus (1997).


Ecco una autobiografia che Rosa Lobato Faria scrisse due anni fa per il Journal das Letras e recentemente pubblicata dalla rivista portoghese Visão:


Quando ero piccola c’era un mistero chiamato Infanzia. Non avevamo mai sentito parlare di cose aberranti come «educazione sessuale», «politica», «pedofilia». Vivevamo in un mondo magico di principesse immaginarie, principi incantati ed animali che parlavano. La persona più cattiva che conoscevamo era la Strega di Biancaneve. Costruivamo ospedali per formiche dove i letti erano foglioline di olivo e non mangiavamo al tavolo degli adulti. Questo ci risparmiava le loro conversazioni noiose ed incomprensibili, lontane miglia e miglia dal nostro mondo così diverso, e ci lasciava liberi di pensare ai nostri progetti essenziali, come andare a vedere l’oscillazione dei crescioni d’acqua nei ruscelli e fare collane ed orecchini con le ciliegie.

Battezzavamo gli alberi, facevamo passeggiate con il mulo, facevamo ghirlande di fiori di campo. Ci sfidavamo nella composizione di quartine, inventavamo parole ed intonavamo melodie che nessuno ci aveva insegnato.

Nell’Infanzia le scuole ancora non erano chiuse. Ci insegnavano cose inutili, come le regole della sintassi e dell’ortografia; cose traumatiche come soggetto, predicato e complemento oggetto; cose imbecilli come verbi e tabelline. Avevano l’infelice idea di insegnarci a pensare e la sorprendente mania di reputarla anche una buona cosa.

Non picchiavamo la maestra, le portavamo fiori.

E poi l’Infanzia c’era anche per sentire l’aroma delle mele mangiate a morsi, un mazzetto di menta nei grembiuli, l’angoscia nell’attesa dell’alba dato che non avevamo la certezza che il sole sarebbe nato (non fosse stato per l’arditezza dei passeri, visibili solo nella luce indecisa dell’aurora), la bellezza dei canti chiari delle contadine, il fulgore dei papaveri. E c’era la spiaggia, il mare, i bomboloni (i bomboloni sono una specie di ex-libris dell’Infanzia, e non c’è più stato niente nella vita che ci piacesse così tanto).

A quattro anni ho imparato a leggere; a sei componevo poesie, a nove mi hanno insegnato l’inglese e così fui in grado di allargare l’ambito delle mie letture infantili. A tredici anni mi hanno mandato ad un collegio con convitto. Li c’erano molte ragazze che odoravano di pane, che scrivevano lettere di nascosto, e che sognavano con i film che vedevano durante i giorni festivi. Avevamo la certezza che Tyrone Power sarebbe arrivato a prenderci dopo aver visto, con i suoi occhioni neri, la nostra entrata mozzafiato nella sala di ballo dove Fred Astaire ci aveva scelte come sue compagne di ballo ideali.

Questa si chiamava Adolescenza, le forme ci crescevano così come ci cresceva una sempre maggiore necessità di spirito, di musica, di lettura, di poesia, e per quel che mi riguarda soprattutto di letteratura, di storia universale, di storia dell’arte, di scoperte e Camões che ce le raccontava, e le professoresse a dirmi “Applicati bambina, ché diventerai scrittrice”. Erano lezioni gloriose, con la spuma marina che entrava dalle finestre, la musica della poesia medievale risuonava tra le pareti piene di sole, ahi povera me, come vivo in grande inquietudine, e ahi fiori, se li sai in boccioli, lavali o alba, ed il fiume scorreva tra i banchi e dentro ci bagnavamo i piedi e l’anima.

Oltre a tutto questo, che fortuna, c’erano le dieresi e gli accenti gravi.

Ma avevamo anche la famosa lezione di Economia Domestica, dalla quale uscivamo con la sensazione che la donna fosse una cacatella fragile, priva di volontà propria, sempre ad obbedire al marito, debole nello spirito ma non nel corpo, infatti, pur avendo passato la giornata a strofinare con spugne in paglia di acciaio il pavimento, a dare la cera, a lucidare, non appena sentita la chiave nella porta, si sarebbe dovuta presentare al macho miracolosamente fresca, vestita come Doris Day, con la tavola ben apparecchiata, la cenetta profumata pronta, e senza un’unghia spezzata o un capello fuori posto, là-là-là, amore, sei arrivato, che bello! (La professoressa era una zitella, più sognatrice di noi, sapeva tutti i rimedi del mondo per togliere tutte le macchie impossibili ed i migliori trucchi per lucidare le pentole di rame che nessuno in realtà possedeva).

Ma che ne sapevamo noi della vita vera? A 17 anni mi sono iscritta all’università senza avere la minima idea di che stessi facendo. A 19 anni mi sono sposata, completamente in bianco (e non mi riferisco solo al colore del vestito). Solo sei anni, tre figli e centinaia di libri più tardi ho deciso di riordinare i miei valori, proprio come si riordina un armadio. Questo no, questo non si usa, questo non mi piace, questo sì, questo di sicuro, questo forse. I preconcetti furono i primi ad essere fatti fuori, così come tutte quelle cose a cui, alla mia domanda “Perché?” era stato risposto “Perché sì”, o peggio ancora “Perché è sempre stato così”. Ed io, via, spazzatura, se è sempre stato così è arrivato il momento di smettere ed incominciare ad aprire nuove strade alle generazioni future (ancora non sapevo che tra i miei dodici nipoti ci sarebbero state nove donne). Ieri ho sentito una ragazza dire “La rivoluzione che abbiamo fatto negli ultimi anni”. No tesoro: la rivoluzione che NOI abbiamo fatto negli ultimi 50 anni. Ma non è importante chi ha fatto cosa. L’importante è che sia stato fatto. E che sia fatto. Io l’ho fatto quando ancora non era previsto. Quando ho scoperto che essere libera era credere in me stessa, nei miei pochi (ma buoni) valori personali.

Poi ci sono state le circostanze della vita. La felicità di un altro figlio, sbagli, coincidenze, stupidaggini, generosità, ingenuità, tutte cose molto utili per imparare qualcosa. Tutte molto utili.

Imparare è la parola chiave e reputo sprecato un giorno in cui non imparo niente. Spero di avere ancora tempo per imparare nuove cose, adesso che ho deciso che la Bibbia è una metafora della vita umana e posso criticare, praticamente, questa scoperta fino all’infinito.

E dunque. Io pensavo, povera me, di essere poetessa. Ancora non sapevo che stavo solo prendendo appunti per quello che avrei fatto in seguito. Che stavo aumentando l’intimità, la complicità con le parole. Scrivevo anche cronache, racconti e messaggi su quello che c’era da fare per la donna delle pulizie. E di improvviso, a 63 anni, sono rinata. Mi è cresciuta l’anima di romanziera e via, a scrivere dieci romanzi in 12 anni, più un libro di racconti (Os Linhos da Avó) e sette o otto libri per bambini. (Questa non è la mia area, ma non so perché, mi chiedono libri per bambini. Ancora non ne ho scritto nemmeno uno che, come nei romanzi per adulti, mi sia venuto a cercare, che mi sia venuto di getto la notte o quando sono in treno, mi si sia insinuato negli interstizi del cervello, e che mi porta in un’altra dimensione, che mi fa sorridere dentro tutto il tempo e mi rende più disponibile, più allegra, più giovane).

Questa cosa dell’età è buffa. Da fuori, veramente, si nota parecchio. Ma io quando guardo un po’ allo specchio mi dimentico di questa cosa dell’immagine. Quando sono in processo creativo, mi sento bella. È come se avessi delle lucine in testa. A 45 anni, con quella superbia molto femminile, ero solita dire che il mio specchio erano gli occhi degli uomini. Adesso sono gli occhi dei miei lettori, senza distinzione di sesso, razza, età, religione. È un progresso enorme.

Se questa fosse un’autobiografia dovrei dire che vicino ai 30 anni ho iniziato a declamare poesie in televisione e verso i 40 e qualcosa mi sono messa a fare delle pazzie in telenovele, telefilm, etc. Ho anche scritto qualcosa per questi generi e per questo mi sono sentita tentata di scrivere qualcosa per il teatro, che è una delle cose che danno più conforto che esistano (altre persone direbbero gratificante, ma io, non so perché, mi indispettisco con questa parola). Non c’è niente di più bello che vedere le nostre parole prendere vita, e sangue, e anima, attraverso la voce, il corpo e l’intelligenza degli attori. Adoro gli attori. Ma non mi azzardo a fare teatro perché non ho mai imparato.

Che altro? Ah, le canzoni. Ne ho scritte più di mille e cinquecento ed è una delle cose più divertenti che mi siano capitate nella mia vita. Ascoltare la musica e capire quali parole bisogna scriverci, perché la melodia, come il vento, ha un’anima e bisogna scoprire che cosa nasconde. Dopo è una lotteria. O mi cantano meravigliosamente bene o tristemente male. Ma bisogna rischiare, infondo è solo una canzone. Irrilevante.

Se questa fosse un’autobiografia avrei molte altre cose da raccontare. Ma non le racconto. Primo perché non voglio, secondo perché mi danno solo questo spazio che, per 75 anni di vita, non è poi moltissimo.

Ci vediamo nel mio prossimo romanzo.


Manuel Halpern sempre su Visão scrive:


Un giorno telefonai a Rosa Lobato Faria. Stavo preparando il mio libro sul Nuovo Fado, O Futuro da Saudade, e volevo utilizzare uno dei suoi molti testi. Stavo pensando a Amor e Pão Quente, musica di Mário Pacheco, alla voce Paulo de Bragança (è nel suo primo disco, Notas Sobre a Alma, 1992). La simpatica signora – sempre simpatica e sempre signora – mi rispose subito di sì. Ma mi imbarazzò con la domanda “Perché proprio questa?”

In verità non avevo una grande giustificazione per scegliere, nell’immenso universo di testi scritti da Rosa Lobato Faria, proprio quella canzone e non un’altra. Né potevo dire con sicurezza e quello fosse il mio testo preferito scritto da lei.

Il capitolo che stavo scrivendo era su Paulo Bragança e non sull’autrice/attrice/scrittrice. E quel testo era utile per illustrare il principio della carriera discografica del fadista, fase in cui ancora non aveva fatto scelte radicali, che gli sono valse il soprannome di fadista punk, ma che comunque lasciava presupporre un certo grado di irriverenza. Ed il testo aiutava.

La colazione continentale non era mai entrata nel fado, e poi con quella sensualità. Tutte le strofe sono divise in due parti che corrispondono a due stati dello spirito. Nei primi due versi la descrizione della colazione, negli ultimi due l’accezione sensuale: “Hai spremuto le arance / in una caraffa di vetro / c’è del succo dimenticato / all’angolo della bocca”. È un gioco molto intelligente tra testo e sottotesto, che si intensifica fino all’estasi: “Ti tolgo la camicia / senza che nessuno lo sappia / faccio l’amore con te / senza alzarmi da tavola”. Al telefono non sarei certo riuscito a spiegarle tutto questo. Ma lei, sicuramente, aveva già intuito tutto.

A titolo di curiosità, ricordo che Paulo Bragança e Rosa Lobato Faria lavorarono insieme, anni dopo, in Tráfico di João Botelho. Lui faceva un prete e cantava l’Inno Nazionale. E lei la parte di una donna di facili costumi che serve sardine condite con cocaina. Esilarante.


(traduzione di un articolo pubblicato su Visao.pt)


Amor e Pão Quente (Letra de Rosa Lobato Faria)

Pousaste na mesa
o copo de leite
mais branca é a seda
da pele do teu peito

Vem um tabuleiro
com pão 'inda quente
melhor é o cheiro
do vão do teu ventre

Espremeste laranjas
num jarro de vidro
mais sumo há no beijo
na boca esquecido

Serviste torradas
compota de ameixas
mais doces, douradas
as tuas madeixas

Negro e fumegante
deitaste o café
é mais excitante
o nu do teu pé

Penso se te vejo
trincar um croissant
morder o teu seio
à luz da manhã

Com gestos de brisa
és linda de ver
a espalhar na casa
conforto e beleza

Dispo-te a camisa
sem ninguém saber
faço amor contigo
sem sair da mesa


Alcuni fados scritti da Rosa Lobato Faria:

Fado Maluda (registrato da Carlos Zel nel 1993, Música fado Carlos da Maia sestine, video e testo dedicato alla pittrice Maria de Lourdes Ribeiro, in arte Maluda)

Misia: Venho de Longe Lisboa, Conjugar Lisboa, Cicatrizes, Nascimento de Vénus





3 commenti:

Alberto ha detto...

Brava Luisa!!!
Hai fatto bene a fare un post su questa scrittrice. I lettori italiani non la conoscono. Credo che in Italia non ci sia ancora un suo libro tradotto. Spero di essere smentito.
Ottimo post.
Un abbraccio
Alberto

Lucia ha detto...

L'amore a colazione...bellissima!
La dedicherò a mio marito.
Grazie mille, leggo sempre con molto interesse questo blog.
Baci a tutti gli appassionati di fado,
Lucia

Luisa,fadosaudade ha detto...

Ciao Lucia, grazie a te di aver commentato e lasciato un segno della tua presenza...non è da tutti...un abbraccio, Luisa Notarangelo