martedì 24 aprile 2012

Il 25 Aprile con Antonio Tabucchi (Pisa, 24 Settembre 1943 – Lisbona, 25 Marzo 2012)


per approfondire: il Portogallo durante la rivoluzione dei garofani il 25 de Abril



-Una Domenica di Marzo-    
(Per Antonio Tabucchi)
Era una bella Domenica di Marzo e la città si era svegliata con nuove foglie sugli alberi e centinaia di rondini arrivate dal Sud.
All’ aeroporto di Portela era atterrato il volo dell’ Air France proveniente da Parigi che aveva tra i suoi passeggeri un signore con un elegante completo blu e un impermeabile dello stesso colore. L’uomo aveva pochi bagagli con sé: una piccola borsa di pelle scura che aveva comprato molti anni prima a Madras, due bottiglie di champagne, un fascio di giornali francesi, portoghesi e italiani, due libri e un foglio su cui aveva lavorato per tutta l’ ultima settimana. Su quel foglio aveva scritto il nome e l’invito per alcune persone che quella sera avrebbero cenato son lui in un piccolo ristorante su una delle sette colline della città. A ciascuna di queste persone aveva spedito un piccolo racconto allegandovi la richiesta di fare il possibile per poter venire a cena. 
L’uomo si accese la seconda sigaretta della giornata e aspirò con un piacere il sapore del tabacco. Si avviò lentamente verso il parcheggio dei taxi, sapendo che al lato degli arrivi non avrebbe avuto difficoltà a trovarne uno libero.
Vide la città davanti a sé e il luccichio del fiume e come sempre non riusciva a evitare di sospirare per la gioia che lo pervadeva ogni volta che tornava in quel paese e poteva rivederne la luce, la bellezza e la delicatezza.
Il primo invito era stato spedito a uno scrittore che aveva conosciuto molti anni prima quando entrambi erano molto piu’ giovani. Insieme avevano passato lunghi pomeriggi alla Caparica e nottate nei bar del Cais do Sodre, oppure al Procopio, al giardino dell’ Amoreiras o al Pavilhão Chinês nel Bairro Alto.
Il secondo era indirizzato alla proprietaria della libreria Galileu di Cascais, una delle piu’ belle librerie nell’area della capitale, soprattutto per chi cercava delle vecchie edizioni di poesie di un loro amico comune, che ogni tanto passava da lì, prima di andare a trovare l’uomo con l’impermeabile quando questi abitava in una casa vicino al faro della scogliera.
Il terzo invitato era un gitano di Matosinhos che stavolta, diversamente dal solito, non sarebbe potuto arrivare con i suoi amici per rallegrare la serata con storie e musiche della sua cultura.
Il quarto era stato uno dei suoi amici più cari; scrittore anche lui e di una decina d’anni più anziano. Quando si incontravano cominciavano a parlare di letteratura ma dopo qualche ora, complici qualche bottiglia di vino o di whisky, la discussione spaziava dalle donne, all’ amore per la vita, al cinema, ai ricordi e al desiderio di affrontare con gioia la  notte che era sempre troppo giovane per andare a dormire.                                
Erano gli anni in cui tutt’attorno il clima sembrava cupo e grigio eppure erano gli anni della giovinezza, della spensieratezza in cui tutto sembrava essere possibile.
L’ultima lettera era stata inviata a una donna che viveva su un’isola lontana e a cui l’uomo che era sceso dal volo dell’Air France aveva dedicato un piccolo racconto.
Quella donna continuava a vivere nell’arcipelago anche se aveva cambiato casa, nome e isola e tutto si sarebbe aspettato meno che ricevere un invito da qualcuno.
Il taxi era arrivato davanti alla casa dell’ uomo che si accese la terza sigaretta.  L’uomo scese di macchina, entrò in casa e non trovo’ nessuno ad accoglierlo se non il gatto che russava su una poltrona. Andò a mettere le bottiglie in frigorifero e si diresse verso il divano del salotto per fare un sonnellino prima di aspettare l’arrivo dei suoi amici. Si sentiva felice: era una bella Domenica di Marzo e il sole illuminava tutta la casa.
L’uomo si addormentò senza piu’ sentire un fastidioso dolore che lo tormentava da tempo. 
Chiuse gli occhi  e sognò i suoi amici che arrivavano.
R.B.
Immagine: locandina del film Sostiene Pereira basato sull'omonimo racconto di A.Tabucchi

Apologia del Fado tradizionale di Lisbona

Post collegati per approfondire: il nuovo Fado e i nuovi fadisti
Case di Fado
e poi cliccate su ciascun link segnalato nell'articolo...(con calma.. per leggere tutto questo blog ci vuole tempo, pazienza e amore)


Il mio maggior dispiacere, in relazione al Fado, fu registrar dischi, i dischi videro il Fado industrializzato, il Fado non si deve vendere, io canto perché la mia anima lo ordina, canto come se pregassi. Non mi piace cantare per le macchine. Voglio vedere il pubblico, analizzare le sue reazioni, vedere se gli piace” (Alfredo Marceneiro)


Dopo sei anni trascorsi a promuovere la conoscenza del Fado e della cultura portoghese su questo sito è giunta l’ora di far chiarezza su questo genere musicale e di difenderlo dagli abusi dettati dall’ignoranza di molte persone che ancora oggi utilizzano il termine Fado senza alcuna cognizione di causa.
Il Fado, da quest’anno (2012) patrimonio dei beni  culturali immateriali dell’umanità, è nato a Lisbona, al limite lo si può ritrovare in un’altra storica variante a Coimbra, ma non è un genere affine a nessun altro genere…non c’entra nulla con la musica brasiliana, argentina, capoverdiana, napoletana o spagnola. Il Fado ha dei canoni stilistici precisi”…quando un’artista lo contamina con altri generi, cessa di essere FADO…e diventa World Music…pertanto non lo si può presentare alla gente come Fado. Le persone continuano a fare confusione dicendo che Teresa Salgueiro o Dulce Pontes cantano Fado…non sapendo che entrambe queste straordinarie artiste portoghesi non hanno mai cantato nelle Case di Fado, le storiche taverne in cui si è sviluppato questo genere e in cui giovani fadisti “fanno la gavetta” ancora oggi.  I giornalisti o gli artisti che si avvicinano a questo genere, invece di alimentare ignoranza dovrebbero avere l’onestà intellettuale di far ricerca prima di usare il termine Fado e di parlare di contaminazioni usando il termine World Music, evitando di chiamare “Fado”  brani musicali in cui dei canoni stilistici del Fado non c’è la benché minima ombra.

Sono inconcepibili concerti o dischi di “Fado mediterraneo” o  “Fado brasiliano”, non esiste un “Fado italiano”: esiste il Fado che è di Lisbona e basta. E per cantarlo, per suonarlo e per conoscerlo bene bisogna aver respirato l’aria delle Case di Fado, bisogna aver respirato l’aria di Marceneiro, Amalia, Fernanda Maria, Maria Teresa De Noronha, Fernando Mauricio, Tristão da Silva, Fernando Farinha, Argentina Santos, Maria da Fé, Lucilia do Carmo, Beatriz da Conceição, Aldina Duarte, Ricardo Ribeiro, Camané, Carlos do Carmo e di molti altri che hanno fatto del Fado una ragione di vita…
Per cantare e per suonare il Fado bisogna saperlo "stilare"…e Dulce Pontes o Teresa Salgueiro, così come altre cantanti portoghesi che non provengono dall’ambiente delle Case di Fado, non t’insegnano a stilare il Fado…né tantomeno t’insegnano cosa sono le "desgarradas" de Fado…
Un ultima cosa per sfatare un noioso “luogo comune” sul Fado, anch’esso derivante dall’ignoranza sui suoi canoni stilistici: il Fado non è solo triste…o peggio “una lagna” come qualcuno una volta lo ha definito…esistono Fado Mouraria o Corrido che vengono eseguiti in modo estremamente scanzonato e allegro…tutto dipende dall’interprete…dal fadista…
Luisa Notarangelo, autrice di questo blog dal 2007 nonché fadista

lunedì 23 aprile 2012

La giornata mondiale del libro con José Saramago (Azinhaga, 16 novembre 1922 – Tías, 18 giugno 2010)


Celebriamo il 25 Aprile e la giornata mondiale del libro con un omaggio al Nobel Saramago....




-Saramago, dinosauro ed elefante in viaggio-

Esistono libri che condizionano l’esistenza ed altri che vengono dimenticati non appena si è chiusa l’ultima pagina. Ce ne sono altri ancora che ti fanno apprezzare il fatto di poter trascorrere un’ esistenza in cui avverti che quella lettura ti ha aumentato il piacere di vivere. Ci sono pagine che ti appassionano, stupiscono continuamente; altre invece create da scrittori che riescono ad coinvolgerti soltanto per lo spazio e la durata di una, massimo due opere. Ci sono scrittori che sono in grado di tracciare con la loro penna delle opere stupende, articolate, zeppe di citazioni e spunti lirici e coinvolgenti, ma che poi diventano freddi, noiosi, deludenti, materialisti e banali quando cercano di affrontare il mondo, denudati dalla corazza della scrittura.
Alcuni di questi intellettuali hanno un’ indubbia vena creativa fino a quando sono giovani e poi continuare a vegetare in età matura, vivendo quasi passivamente l’età della piena maturità e della vecchiaia. Infine c’e’ una categoria d’ autori che ritengono che non si debba mai aprire la torre d’ avorio o la reggia in cui si sono isolati, perché a questo punto il re sarebbe inevitabilmente nudo.
Josè Saramago non appartiene a quest’ ultime categorie: la sua opera artistica comprende un’ amplissima scelta di veri e propri capolavori che suscitano reazioni, stimoli, desiderio di continuare a rileggerli ancora a distanza di molti anni.
Poeta, drammaturgo, romanziere, giornalista, saggista, scrittore di libri per bambini, intellettuale cosmopolita, attento conoscitore dell’ animo umano e delle contraddizioni del cosiddetto mondo civilizzato occidentale. La sua scrittura è vita, cultura, gioco, ironia, dramma, rappresentazione dell’animo umano. I suoi libri sono frutto della sua enorme fantasia e creatività ottenuta con la fatica e il sudore della ricerca e dello studio. Saramago scrittore, ma anche umile operaio che sa tornire le parole, musicista della parola, un artigiano che cesella senza inutili fronzoli o barocchismi.
Le sue opere ma anche la sua vita privata, il suo apporto alla società civile come uomo e non intellettuale, trasudano di poesia e impegno civile. Per decenni è stato sempre disponibile ad andare a conferenze e convegni, senza però mai essere succube dell’ industria culturale, delle mode o dei tentativi di limitare e tarpare la sua autonomia intellettuale. Affabulatore senza mai assurgere al ruolo di sciamano; intellettuale ma mai con la supponenza di voler essere considerato un maitre a penser.
Si è sempre dichiarato comunista, sia durante la dittatura salazarista che dopo la rivo-luzione dei garofani. E’ rimasto saldamente ancorato alle sue idee politiche ed ideo-logiche anche dopo la caduta del muro di Berlino. Non ha mai ceduto, come molti altri, alle sirene di chi voleva convertirlo a convincersi d’abbandonare la sua funzione di ultimo baluardo, dinosauro di un mondo che per molti si era esaurito e sgretolato.
Non si sentiva come uno di quei giapponesi che si ritirano nella giungla per non dover subire l’onta della resa. Erano caduti i partiti politici che si erano appropriati del marxismo e del socialismo ma l’idea, lo spirito e le teorie potevano e dovevano essere ancora considerate valide e attuali. Nel 2010 è uscito un documentario che si intitola semplicemente Josè e Pilar. Saramago dice all’ inizio del film: La morte non esiste! Questa frase basterebbe da sola (e fortunatamente ce ne ha regalate e lasciate molte altre) a testimoniare la sua visione dell’ esistenza. La pronuncia pochi minuti prima di sedersi alla scrivania per iniziare a scrivere Il viaggio dell’ elefante, il suo penultimo libro.
Grazie a Josè, agli elefanti e ai dinosauri che ancora riescono caparbiamente a vivere !


R.B.


Immagine: dvd più libro José e Pilar (Feltrinelli, 2010)





lunedì 16 aprile 2012

Viaggio nei sapori del Portogallo...



-Francesinhas, lupini e altre delicatezze-
La francesinha è un piatto che praticamente si trova soltanto a Porto. E' una sorta di gigantesco sandwich costituito da due fette di pane in cassetta farcite con prosciutto, pancetta, una fetta di carne di maiale fritta nel burro, salame, formaggio e inondata da una salsa a base di un dado da cucina, vino di porto, birra, alloro, peperoncino, sale, molto pepe e  pomodoro. Nella versione più ricca é accompagnata da un uovo fritto e da una montagna di patatine.
E' una vera e propria bomba calorica e l'aspetto non sembra dei più invitanti  immersa com'è nella salsa, ma il sapore è squisito.
Non chiedetemi l'origine del nome: ormai avrete capito che questo paese presenta delle continue sorprese e dei misteri che non possono essere spiegati in poche righe!
Se invece volete un antipasto più leggero, potreste optare per scegliere le meravigliose sapateira di Peniche, appena sbollentate e servite su un vassoio con della salsa tartara e dei crostini abbrustoliti.
La delicatezza della polpa di quelle che erroneamente vengono confuse con le nostre granseole vi susciterà il desiderio d'andare a vedere quella penisola e scoprire da quali dolci e placide acque vengono pescati quei gioielli culinari.
Invece, una volta arrivati, rimarrete stupiti nel trovarvi di fronte a tempeste e mareg- giate immense che sembrano rendere impossibile la cattura e la pesca di qualsiasi cosa, figuriamoci di quei crostacei notoriamente pavidi e timorosi come quel tipo di gigantesco granchio, dissetandovi con delle bottiglie di vinho verde di Ponte de Lima o di Barca, oppure con il fantastico Muralhas di Monção.


Tra un antipasto e l'altro potrete ingannare il tempo tra una portata e l'altra mangiando dei lupini accompagnandoli con della birra locale macchiata con del gin, una miscela che avete provato dopo aver letto Breve lettera del lungo addio di Peter Handke.
Come primo piatto vi consiglio i tortelloni di ricotta  alla Ponto Final, in onore di un locale di Cacilhas di cui vi ho già raccontato. La ricetta è semplice: un soffritto di cipolla bianca, pancetta e poi sciogliete del gorgonzola dolce. Scolate i tortelloni e poi mantecateli con del pecorino stagionato e cospargete con pepe in abbondanza e se li trovate, finite il tutto guarnendo con dei semi di papavero.

Il piatto forte sarà il mitico sarrabulho scoperto con la lettura di un vecchio libro di Tabucchi (sempre lui, sic!). Anche questo piatto ha un aspetto ripugnante ma ogni boccone ci fa sospirare dal piacere di degustare quel sapore ammaliante e prelibato.
Maiale, trippe, interiore, sangue di maiale, cipolla, frattaglie, fegato, olio, pepe e peperoncino, alloro e coriandolo sono gli ingredienti di questo capolavoro culinario. 
Prima di avvicinarsi a quest' esperienza vi consiglio di leggere le pagine del libro in cui la moglie di Casimiro descrive la preparazione del piatto. Se non vi affascinerà e non vi sentirete in obbligo di provarlo allora significa che non meritate il Portogallo.
Visto che la giornata è lunga e il ristorante rimane aperto anche nel tardo pomeriggio, potreste finire il vostro pranzetto con degli stuzzichini a base d'orecchie di maiale bollite e tagliate a pezzi con cipolla, aglio, prezzemolo e limone.
In fin dei conti si vive solo una volta, sempre ammesso che non siate buddisti!

Il finale sarà il molotov,  un dolce a base di chiara d'uovo e zucchero caramellato.   
Ma vi consiglio di prenderne solo una fetta, magari grande, perché ormai state scoppiando.
Fumatevi una Portuguesa senza filtro, bevetevi un aguardiente e buona serata!
R.B.

Immagine: Ristorante Ponto Final (Cacilhas, Lisboa)

lunedì 9 aprile 2012

Cristina Branco, una ribatejana sul palco del CCB

                                                                                                                                                                                 
Cristina Branco è sicuramente considerata una delle migliori artiste portoghesi.

Nata nel 1972 nella regione del Ribatejo, ad Almeirim, a poco più di un' ora di macchina da Lisbona. Una terra bellissima, ancora intatta, con paludi, pascoli, allevamenti di cavalli e ampie distese, dove l'unica coltivazione possibile è quella delle querce per l'estrazione del sughero.
La sua carriera artistica iniziò alla fine degli anni '90 quando incise due dischi in Olanda.
Il primo era Murmurius e il secondo traeva spunto dai testi del poeta olandese Slauerhoff, basati su un lirismo neoromantico.
Stranamente, pur non avendo mai vissuto in Olanda, la Branco vi riscosse immediatamente una certa fama, mentre in Portogallo il suo successo era confinato a una stretta elite.          
A un certo punto della sua vita ebbe l'incontro folgorante e la piena consapevolezza della bellezza e del fascino della musica tradizionale del suo paese: il fado.
Si appassionò per le canzoni e l' interpretazioni di Amalia Rodrigues, vera e propria icona nazionale.  Il suo paese sembrava ancora restio ad accettare che qualcuno appartenente alla nuova generazione fadista post-Amalia potesse reinterpretare dei classici del genere,  seguendo una strada che esulava dai canoni classici.                                                     
Dopo altri tre dischi interlocutori in cui la cantante sembrava destinata a gravitare in una sorta di limbo discografico non riuscendo ad entrare nei grandi circuiti e a cantare nelle massime manifestazioni o nei grandi templi del fado, finalmente nel 2003 arrivò il disco Sensus.
I meravigliosi arrangiamenti del chitarrista Custodio Castelo accompagnarono splendidamente i testi  con i versi di alcuni  mostri sacri, come Vinicius de Moraes, Chico Buarque de Hollanda, Camoes, Shakespeare e Eugenio de Andrade. Un' impresa ardua che portò l'interesse e la stima dei critici verso questa piccola, tenace ragazza ribatejana.                                                                                    
Fu il disco della svolta che illuminò il suo cammino artistico e le sue scelte future.  I successivi furono tre capolavori: Ulisses, Live e Abril.                                                              
Il disco dal vivo, registrato a Leiden  è sicuramente quello più completo e maturo in cui oltre a una serie di omaggi alle canzoni interpretate da Amalia, tra cui, Barco Negro, Havemos de ir a Viana, Estranha forma de vida, appare Formiga bossa nova di Alexandre O' Neill (già cantata da Amalia e dalla Calcanhoto), Redondo Vocabulo di Zeca Afonso e Porque me olhas assim di un vecchio cantautore portoghese, Fausto, sino ad arrivare alla canzone che come sempre chiude i suoi spettacoli, O meu amor è marinheiro, con musica di Alain Oulman e testi di Manuel Alegre.
Un vero inno alla libertà, al desiderio d'indipendenza e di speranza, un classico che molte hanno provato a cantare ma poche hanno ottenuto la potenza espressiva e la capacità di trasmettere quelle emozioni che la Branco riesce a dare ogni volta.
Ho visto Cristina Branco tre volte dal vivo: la prima fu una decina di anni fa in una piccola saletta della Fnac di Lisbona: stava presentando il suo disco Corpo Iluminado davanti a circa trenta persone. Sembrava una ragazzina sperduta nella capitale; indos- sava un maglioncino anonimo e dei jeans consumati, ma appena cominciò a cantare si intuì il suo talento e la sua enorme presenza scenica.
La rividi a un festival a Sines sulla costa alentejana quando ormai era quasi una diva.
La consacrazione avvenne al Centro Culturale di Belem, il mitico CCB, uno degli spazi simbolo della cultura lusitana. Fu l'apoteosi e  ripensai che tutte le strade possono portare a Lisbona anche quelle che vengono da Almeirim. 
Até sempre, Dona Cristina!

R.B.

mercoledì 4 aprile 2012

Noites fadistas...Una canzone che parlava di un foulard

Dicono che a Lisbona si canti, che a Braga si preghi e che a Porto si lavori.
Non  ho mai fatto molta attenzione e non ho mai creduto ai proverbi, soprattutto quando vado  in Portogallo. Non penso che sia vero: a Lisbona ormai  si canta poco e a  Porto c'e' gente che lavora, ma che ha imparato a cantare e a conoscere e amare quella musica popolare chiamata Fado che è una caratteristica che storicamente apparteneva solo alla capitale.
A Braga si prega molto, è vero, ma non è l'occupazione principale!                    
Quando ero a Lisbona non frequentavo molto i locali di Fado. Conoscevo un paio di taverne che erano ancora genuine e dove si ascoltava il Fado autentico ma non volevo andarci da solo ed era molto difficile convincere chi era con me ad accompagnarmi per ascoltare quella musica e quelle parole che per loro erano incomprensibili.
A Porto viveva una ragazza originaria di Coimbra. Quando la conobbi aveva poco più di venti anni, anche se la mattina ne dimostrava almeno dieci di più.
Parlava un ottimo inglese e un discreto italiano. Faceva una serie infinita di lavori improbabili alcuni dei quali non proprio in linea con la legge e con la morale pubblica.
Riusciva a pagarsi l'affitto di un minuscolo bilocale nella Praceta dos Poetas. 
Più che una piazzetta era un cortile pieno di fiori e gabbiette di canarini. 
C'erano dei piccoli appartamenti, ricavati da quella che una volta doveva essere stata una fattoria!
Aveva un coniglio che teneva in camera e molte scarpe di vernice con tacchi assurdi. Fumava molto e beveva birra e gassosa.
Aveva fatto la scuola alberghiera, prendendo il diploma da cuoca.
Cucinava benissimo e inorridiva quando entrava nei finti ristoranti caratteristici del centro.
Andavamo quasi sempre a mangiare  nelle taverne popolari dove lei sapeva che cucinavano pochi piatti ma cucinati il giorno stesso che venivano serviti.
Le piaceva il Fado e talvolta lo cantava nei locali della cintura della città.
Una sera mi portò in una taverna di Matosinhos e dopo pochi minuti  arrivarono due piatti enormi di gamberi appena scottati, accompagnati da due boccali di birra.
Il padrone del locale le chiese di cantare, ma lei disse che quella sera non se la sentiva: era triste e non voleva che rimanessi deluso. 
Uscimmo molte altre volte e quasi sempre mi portava dei piccoli regali: fiori, cioccolata, bottigliette di bagnoschiuma al mango che rubava in un albergo di Maia.
Ma il regalo più bello  lo ricevetti una sera quando, sorridendo, mi sussurrò che saremmo andati un un altro locale dove avrebbe cantato per me.
Aveva un tatuaggio sul braccio, con una rosa che versa lacrime e la scritta Rosa brava.
Diceva di preferire le donne agli uomini ma poi si innamorò di un giovane lavapiatti brasiliano che la lasciò per una fotomodella angolana e dopo di lui fu il turno di un soldato gallese, mercenario in qualche guerra dimenticata.
Quella sera mi portò nel locale vicino a un ponte sconosciuto di Porto.
Ordinammo francesinhas e baccalà alla brace e del vino spagnolo. Niente birra, diceva che il vino e' più adatto per ascoltare il Fado. Si alzò e la gente la incoraggiò.
Mi accorsi che aveva estratto dalla borsa un meraviglioso scialle nero simile a quello che portano le donne andaluse. Cantò due classiche canzoni del repertorio fadista e poi sussurrò al chitarrista che l'accompagnava se conosceva una canzone di Aldina.                                                                    
Era una canzone che sapevo era dedicata a me.
E' stata l'ultima volta che l' ho vista.

R.B.

Immagine:  Porto, Ribeira

martedì 3 aprile 2012

Terra de Portugal: un album italiano omaggio al Fado e alla sua terra

Sono felice di annunciare a tutti i miei amici ed ai lettori di questo blog che sto lavorando al mio primo album autoprodotto Terra de Portugal. L’uscita di questo mio importante progetto, il 2012, coincide con l'anno in cui il Fado è stato consacrato ufficialmente patrimonio dei beni culturali dell'umanità e per me rappresenta un punto di approdo dopo otto anni interamente dedicati alla conoscenza e alla divulgazione di questo genere musicale. E’ il mio matrimonio con questa splendida terra e con il suo patrimonio poetico e musicale.

Frutto della collaborazione tra musicisti italiani e portoghesi, lo sviluppo di questo progetto abbraccerà le due culture musicali e gli arrangiamenti dei Fado che io stessa ho scritto saranno curati da José Barros, uno dei massimi esponenti della musica popolare portoghese.

Consiglio agli amici lusofili lo splendido dvd "Cantares do Povo Português" un concerto tenutosi quest'anno al Centro Olga Cadaval (Sintra).
José Barros e Navegantes creano un mastodontico spettacolo per celebrare il ricchissimo patrimonio musicale delle tradizioni portoghesi. Sul palco rinomati artisti tra cui:
 Isabel Silvestre, 4uatroAoSul, le Adufeiras de Monsanto, i Cantadores de Vila Nova de S. Bento, Pedro Jóia, Rui Júnior, José David, Gaiteiros e Pauliteiros de Miranda, varie coppie di ballerini tradizionali ( Minho, Algarve, Madeira, Estremadura etc.)....

Potete trovare il dvd qui:

http://www.navegante.com.pt


http://www.lux.iol.pt/nacionais/cante-jose-barros-navegante-dvd-cante-portugues-cantares-do-povo-portugues/1339979-4996.html

mercoledì 3 agosto 2011

Nel mondo delle Case di Fado lisboete


Noi italiani amiamo il Fado. Non lo si può nascondere. E' amore incondizionato...In Italia manca solo una via dedicata ad Amalia Rodrigues, come la promenade francese... ma nonostante questa mancanza possiamo considerarci a tutti gli effetti il pubblico europeo più appassionato a questo genere musicale...
I portoghesi si stupiscono di questa nostra smisurata paixão...un mio amico giornalista, riferendosi ai turisti italiani ha persino scritto..."Vorrei imparare ad essere turista nella mia terra, a guardarla con gli occhi dell'amore incondizionato con cui riescono a guardarla questi turisti"...
Pubblico oggi una lettera che mi ha spedito Aldo, un italiano che ha dedicato un intero canale di YouTube alle Case di Fado.
Il mio amico Aldo, durante i suoi viaggi in Portogallo ha fatto decine e decine di video che ritraggono pezzi di storia... di quella storia verdadeira narrata nel cuore delle Case di Fado... 
Aldo, condivide questi ricordi di viaggio e mi scrive così...

Cara Luisa, dal 30 di Giugno al 6 Agosto sono stato a Lisbona. 
Il 30 sera alla Parreirinha de Alfama , ho chiacchierato con le fadiste, soprattuto con Ana Mauricio. Argentina non stava bene. 
Il primo Luglio sono stato invitato da António Nunes Dos Santos e Inga Oliveira di Radio Amalia per registrare un evento benefico a favore dell'Associazione Crescer Ser, trentasette fadisti con la presenza dei Big, Marco Rodrigues, Rodrigo Costa Felix e Ricardo Ribeiro (Joana Amendoeira non è potuta venire perchè in Argentina). Ho conosciuto Ricardo Ribeiro (ndr, Premio Amalia 2011) che parla perfettamente in italiano, Marco Rodrigues mi è venuto incontro cantando una canzone italiana, credo prendendomi in giro. Inga Oliveira ci ha invitato a Radio Amalia mentre trasmetteva. Marco Rodrigues e la sua promoter Sonia Fonseca precedentemente mi avevano richiesto "l'autorizzazione" a incorporare i miei video nel loro YouTube recentemente inaugurato. Qualche giorno dopo sono andato al Luso e Marco Rodrigues e Filipe Acacio mi hanno accolto bene permettendomi di registrare. Marco Rodrigues ha voluto regalare a mia moglie il suo ultimo CD "Tantas Lisboas " .  Ho assistito anche all'esibizione di  Ricardo Ribeiro nella Mesa de Frades de Alfama , chitarre straordinarie , lui notevole...ma che ambiente diverso dalle altre Case de Fado!
Il giorno 4 siamo andati a Casa Linhares Bacalhau de Molho : Jorge Fernando, signore come al solito, ci ha permesso di registrare. Al lume di candela , per poter riuscire a filmare, pregavo un cameriere, tifoso del Benfica e della Juventus a cospargere il locale di candele. Mi hanno lasciato fare. Abbiamo parlato anche con Fabia Rebordão sul fatto che malgrado l'autorizzazione (scritta ), Zè Manuel Neto aveva polemizzato con me aspramente sul copyright. Ci rideva sù...Mi sono complimentato con Maria da Nazaré sulla sua interpretazione di "Saudade de Julia Mendes " dicendole che si trattava della migliore interpretazione che io  abbia mai sentito, Jorge Fernando ha tradotto la mia frase in portoghese. Mia moglie che è una sfrontata ha suggerito a Jorge Fernando di far cantare a Fabia, perchè adatto a lei, un fado contenuto in uno degli ultimi Cd di Amalia dove Jorge era la Viola ( musica di Carlos Gonçalves ), allora Jorge Fernando ha iniziato ha cantare il pezzo accompagnandosi con la viola per farlo ascoltare a Fabia , che evidentemente non lo conosceva.
Il giorno dopo siamo andati al Sr Vinho. La storia quì è interessante.  
Maria da Fè mi ha presentato suo marito José Luis Gordo : abbiamo parlato di Fado e fadisti , lei non voleva cantare , alla fine il marito l' ha convinta ; all'improvviso, ha fatto abbassare tutte le luci a zero e spegnere le candele e ha cantato quello che le avevo chiesto : "Valeu a Pena" e per Gordo, "Divino Fado", Josè Luis si è commosso. Si asciugava le lacrime. Gordo, all'inizio della esibizione mi ha detto: "Registra, registra." Con Maria da Fé, precedentemente, avevamo parlato delle giovani generazioni di fadiste e di quanto lei si prodigasse per insegnare; dopo ogni esibizione chiamava la fadista giovane e le dava indicazioni riprendendo i motivi, probabilmente correggendo. Abbiamo parlato di Aldina Duarte, che in quel momento non c'era. Abbiamo parlato di Filipa Cardoso, la transfuga a Casa Linhares e di Joana Amendoeira, nuova acquisizione del Sr.Vinho. Il lungo incontro con Josè Luis Gordo, che era al nostro tavolo, è stato molto interessante e si percepisce che in lui c'è un pezzo di storia del Fado . Ci ha regalato un bellissimo libro di poesie con annesso CD di brani declamati da lui stesso e con fados cantati dai fadisti del Sr.Vinho e non . I suoi giudizi sui fadisti ed il fado erano netti .
Veder José Luis Gordo commuoversi fino alle lacrime quando Maria da Fé cantava Valeu a Pena  e Divino Fado mi ha impressionato. Lui, seduto al nostro tavolo, mentere la signora cantava . Ci teneva che io registrassi il momento, ma poi mentre cantava Divino Fado i loro sguardi si sono incontrati ...Lei mi aveva detto che aveva male a un dente e non poteva cantare... credo che durante l'esibizione, il dolore si sia riacutizzato, tanto è vero che si è messa la mano sulla bocca.  J.L.Gordo ci ha presentato Paulo Parreira, che mi è sembrato molto timido, Gordo ha fatto una affermazione semplice semplice:  "Paulo Parreira (ndr, Premio Amalia 2011) tra i giovani, è il numero uno per la chitarra portoghese". Poi, ha ricordato le sue digressioni in Italia : Gli ultimi giorni di Pessoa con Aldina Duarte al Piccolo di Milano e un concerto a Roma presso S.Antonio dei Portoghesi...

mercoledì 20 luglio 2011

QUESTA PAROLA SAUDADE...
















Amalia Rodrigues, icona della saudade portoghese 

Fado, canto d'amore di mare e saudade 



Questa parola saudade. Nessuno la vuole, ma noi portoghesi ci nasciamo, insieme a lei.
Mi sono sempre fidato poco dei vari positivismi e su questo argomento sono particolarmente feroce: fa parte del DNA nazionale, punto e basta. Non esiste scienza che posso spiegare questa cosa.
Il bello – ed il brutto, allo stesso tempo – è che abbiamo diffuso la saudade come una pandemia. E allo stesso tempo non sappiamo nemmeno tradurla, se non nel momento in cui la sentiamo. A niente valgono gli sforzi per cercarle etimi lontani: la teoria più accettata è che provenga dal latino solitas, solitatis (solitudine) e che abbia subito l’influenza dei vocaboli latini “salute” o “salutare”. Poco importa: è oggettivamente intraducibile. Cinque anni fa una società britannica che si occupa di traduzioni, la Today Transaltion, elaborò una lista delle parole più difficili da tradurre...”Saudade” era al settimo posto. La concorrenza, bisogna pur dirlo, era di un certo calibro: al primo posto figurava una espressione congolese “ilunga”, che vuol dire, più o meno (spero che abbiate il tempo di leggere quello che segue) persona che è disposta a sopportare cattiverie per la prima volta, per la seconda volta ma mai per la terza volta. Vincitrice assoluta.  Un’altra difficile era la parola polacca “radioukacz”: una persona che ha lavorato al telegrafo al servizio dei movimenti di resistenza contro il dominio sovietico nei paesi della Cortina di Ferro. Più vicina a noi, in tutti i sensi, è un’altra parola intraducibile, la parola araba “altaham”, che denomina un tipo di profonda tristezza. E dopo viene la “saudade”: al settimo posto, sì – ma l’unica il cui significato non è accettato da tutti in modo consensuale.
Ma non è solo la difficoltà di tradurre o di descrivere questa parola che rende difficoltoso parlare di saudade senza appellarsi alle arti poetiche o, nel peggiore dei casi, ai luoghi comuni. E’ l’anacronismo proprio del sentimento evocato dalla parola stessa. Saudade, pensavo, è qualcosa che già non appartiene più a questo tempo di comunicazioni rapide e sempre più impersonali.
Ha un suo senso nei momenti di solitudine o quando la si usa in senso estetico, ma non si può utilizzare oggi questa parola con il significato che si merita. La saudade, in questo tempo in cui imperano e-mail, social network, sms scritti nei più incomprensibili modi, rischia l’estinzione. Le nuove generazioni non hanno tempo per sentire la saudade, ora che la distanza può essere vinta facilmente da un computer e da una web-cam. Ma come al solito mi stavo sbagliando.
La saudade esiste, ed esiste nei giovani portoghesi. Si trova nei posti più impensati, ma è sempre lei. Alle volte appare in un’altra forma, in versione 2.0, ma c’è e lo si può provare facilmente. Si prenda il caso del network più popolare del web, Facebook. Oltre 124 milioni di anime comunicano tra di loro ogni giorno grazie a questo mezzo.  E’ un posto perfetto per incontrare di nuovo amicizie che si pensavano perdute, o risvegliare passioni che si pensavano sopite. In un certo qual modo, nonostante non rappresenti la vita vera, la vita vissuta, è un luogo pericoloso perché ci può riportare al passato in modo violento ed inopportuno. Un amico può avere quella fotografia del 1979 che noi detestiamo e che non volevamo certo vedere esposta al pubblico ludibrio; o, attraverso un volto intravisto in un innocente fotografia di una festa di liceo, si cambiare tutta una vita da capo a piedi grazie al semplice potere di un ricordo.
Ed è proprio qui che vive la saudade. Gli utilizzatori di Facebook che non sono portoghesi fanno questo tipo di commenti alle vecchie fotografie che vedono: “Mi ricordo bene quel giorno: che botta alcolica che mi sono preso!”. I portoghesi no: vedono un posto, una persona, una canzone e al risposta è immediata: “que saudades!”. Può essere una saudade leggera, passeggera – ma è comunque saudade, esattamente come quella che è al settimo posto tra le parole intraducibili.
Proprio adesso ho letto sul profilo di una ragazza portoghese che utilizza Facebook queste parole: “La migliore definizione di saudade è in questo testo di Chico Buarque. Da brividi…”. Segue la canzone Pedaço de Mim, presa da youtube. Penso che ci siamo già capiti.
Sentire la saudade non è un privilegio esclusivo nazionale. Noi siamo nati così. Dante, nella Divina Commedia, parlava di saudade per bocca degli amanti condannati all’inferno: “Nessun maggior dolore/che ricordarsi del tempo felice nella miseria (…)”. In Portogallo, Bernardim Ribeiro scrive la stessa cosa, in forme ancora più belle in Menina e Moça: “ (…) Sono arrivata a tanta tristezza che mi pesava di più il bene che avevo avuto del male che avevo”. E per non parlare di Camões o Pascoaes. Quello che penso è che se oggi fossero vivi, avrebbero di sicuro un profilo su Facebook.

articolo di Nuno Miguel Guedes